La crisi demografica non è uno dei vari problemi all’ordine del giorno, ma una questione di fondamentale importanza per il nostro futuro. L’Italia è un paese che, dal punto di vista demografico, sta diventando sempre più piccolo e sempre più vecchio. Ciò comporta gravi conseguenze, in termini di costi sociali, economici e politici. Costi sociali, dati dall’incapacità della società di rinnovarsi, con un ricambio tra generazioni sempre più deficitario. Costi economici, a causa della sempre maggiore insostenibilità del debito pubblico e del sistema pensionistico e sanitario. L’invecchiamento e la riduzione della forza lavoro, inoltre, frenano la produttività del sistema, comprimono l’innovazione, prerogativa dei giovani, e quindi intralciano la crescita economica. Costi politici, perché il riequilibrio dei conti economici, necessario e doloroso, causa conflitti tra generazioni; e poi perché sul piano internazionale, un paese più piccolo sotto il profilo demografico ed economico è un paese che conta di meno, a parità di altre condizioni. Infatti, la questione demografica ha anche una rilevanza strategica. La demografia non determina da sola l’ascesa o il declino di un paese, tuttavia essa conta nelle traiettorie delle potenze, ed è in grado di modificarne il potenziale.
Una popolazione meno giovane significa minore capacità di pensare il futuro e il nuovo, che viene soprattutto dai giovani. I giovani, essendo in continuo calo numerico, hanno scarso peso per incidere politicamente e per rappresentare le proprie istanze generazionali; essi sono un bacino di consenso ridotto e quindi poco interessante per la politica. Per gli stessi motivi, i giovani sono anche poco in grado di promuovere l’evoluzione sociale. Una società più anziana, invece, tende a mantenere l’esistente, non a cambiarlo (cosa fondamentale per il rinnovamento delle strutture sociali); una società più anziana pensa solo a mantenere agi e ricchezza.
Invecchiamento demografico e denatalità comportano un sempre più grave squilibrio generazionale, con un continuo aumento della popolazione over 65 e dei pensionati, e una riduzione della popolazione giovane e in età lavorativa. I flussi migratori non riescono a compensare la riduzione delle nascite, causando un vero e proprio rimpicciolimento demografico. Tale spirale negativa, ormai avviata da tempo, produrrà inevitabilmente i suoi effetti: si è talmente ridotto il numero delle donne in età fertile che, se anche si invertisse subito la tendenza, avremo comunque un’ipoteca fortissima sulla tenuta del nostro sistema sociale e produttivo per i decenni a venire.
L’Italia è un paese arretrato in politiche di sostegno alla genitorialità, solo negli ultimi anni si sono prese alcune misure, cosa che invece altri paesi hanno fatto molto prima. D’altronde, quando parliamo di natalità, incerti e dilazionati nel tempo sono gli effetti, e troppo immediati i costi. Ma più tardi si interviene, più la spirale negativa si avvolge, e più lontana rimane ogni stabile soluzione. Innanzitutto, occorre aumentare l’occupazione femminile, ad esempio con incentivi alle imprese che assumono donne e alleggerimento fiscale per le donne che lavorano: i dati dimostrano che, nelle regioni più sviluppate, sono i paesi con maggiore partecipazione femminile nel mercato del lavoro quelli con natalità più elevata. Lo stesso avviene in Italia, dove la natalità del Sud – che ha minore occupazione femminile – è molto inferiore a quella del Nord. Sono necessarie politiche di conciliazione famiglia-lavoro, date da un insieme di servizi e strutture che agevolino la gestione dei figli (riguardanti asili nido e scuole, sport e attività ricreative). C’è bisogno poi di un cambio di mentalità e cultura, in modo da attenuare o cancellare le asimmetrie di genere nelle attività domestiche, che fanno ricadere il peso della cura dei figli soprattutto sulle donne. Infine, occorrono politiche che riducano il forte ritardo accumulato dai giovani nel diventare autonomi e quindi capaci di fare scelte riproduttive.
I paesi avviati da tempo in questo solco sono, in Europa, quelli con migliore natalità: i paesi nordici (la Svezia su tutti) e la Francia. Le loro politiche di sostegno a coppie e famiglie hanno origine negli anni Trenta e Quaranta, vengono irrobustite negli anni Cinquanta e Sessanta e poi sostanzialmente mantenute nel tempo fino a oggi, nonostante l’alternarsi di governi di segno politico diverso. La natura profonda e strutturale della questione demografica, infatti, implica che azioni e politiche per la natalità debbano essere impostate e sostenute nel lungo periodo; possono affinarsi e adattarsi, ma devono spingere nella stessa direzione, al di là dei cambi di governo.
Il problema, però, non è solo adottare o meno certe misure per la ripresa della natalità. Siamo in presenza non solo di un declino demografico ma anche della percezione di noi stessi e della nostra vita. All’epoca del miracolo economico, si pensava che i figli avrebbero avuto una vita migliore rispetto a quella dei loro genitori. C’era fiducia nel futuro e nel progresso. Ma quella visione è andata in frantumi. Abbiamo rinunciato alla generatività, aspetto fondativo della società e della vita, chiudendoci in un orizzonte di radicale immanenza, tale da non lasciare nulla dopo. La crisi demografica è il sintomo di qualcosa di più profondo: abbiamo smarrito una visione teleologica della nostra esistenza, abbiamo perso il fine e il senso della nostra vita. Assistiamo così ad un lento suicidio collettivo. C’è quindi necessità di un cambio di passo, che contribuisca a mutare il clima di arrendevole depressione che permea istituzioni, agenti sociali, famiglie e singoli individui. Perché le scelte riproduttive di donne e uomini sono condizionate non solo da fattori materiali immediati, ma anche dalle prospettive e dalla fiducia nel futuro. A questo vanno necessariamente affiancate politiche a sostegno della natalità, il che significa investire sui giovani, investire sul presente e sul futuro del nostro paese.